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Ecco l'intervista a Bruno Santi, Storico dell'Arte e Coordinatore del nostro Comitato Esecutivo, fatta in occasione della edizione 2010 del Salone dell'Arte e del Restauro di Firenze e edita nel Corriere del Salone:
Intervista a Bruno Santi*:
Siamo alla seconda edizione del Salone dell’Arte e del Restauro di Firenze. Lei, in qualità di Coordinatore del Comitato Esecutivo dell’evento, che tipo di riflessioni si sente di fare? Qual è il suo pensiero sul cammino che è stato sinora intrapreso?
BS: L’aspetto positivo è stato principalmente l’intento di collaborazione tra istituzioni e organismi di formazione che si occupano di restauro. Essi hanno convogliato i loro sforzi nell’organizzazione di un’iniziativa, come quella del Salone dell’Arte e del Restauro, che ha ottenuto nella scorsa edizione un notevole risalto a livello nazionale, nonostante fosse una sorta di numero “zero”, perché Firenze non aveva ancora nessun tipo di esperienza in merito. Era presente anche una sorta di motivo orgoglioso, quello di confrontarsi con altre manifestazioni legate al settore, presenti in Italia.
Inoltre, ovviamente, visto il ruolo che Firenze e le sue istituzioni hanno sempre avuto nel campo della conservazione del patrimonio culturale, in particolar modo quello artistico, c’è stato un notevole successo, come possono testimoniare l’affluenza, i numeri, la consistenza anche culturale degli interventi che hanno caratterizzato la scorsa edizione del Salone. Il Comitato Esecutivo, così come il Comitato Scientifico, la Segreteria Organizzativa – che ha fatto un ottimo, duro e lungo lavoro – tutti noi speriamo che anche quest’anno Firenze, grazie al Salone, abbia quel ruolo che le spetta nel settore del restauro e dei beni culturali.
Dalla Croce di Cimabue (1966) alla Croce di Giotto (2010).
Come si è evoluto il concetto di restauro dall'alluvione ad oggi?
Inoltre, in che modo è cambiato il rapporto con l’opera d’arte su cui si è intervenuti (sia esso per il restauratore che per lo storico)?
Credo che si sia fatto un salto di qualità, specialmente nello specifico ambiente fiorentino (e non per sventolare una bandiera locale), grazie anche alla notevole esperienza nell’impostazione del progetto di restauro. Si può facilmente immaginare il tragitto percorso dal restauro della Croce dipinta di Cimabue in Santa Croce al restauro della Croce di Giotto di Ognissanti in più di quarant’anni; naturalmente tutta la tecnologia, il sapere, la concezione stessa di restauro hanno avuto notevoli modificazioni, pur rimanendo impostati sugli imprescindibili binari di sicurezza dovuti all’opera d’arte teorizzati da personalità come Cesare Brandi e Umberto Baldini. Nella Croce di Cimabue è stata applicata una concezione nuova del restauro cosiddetto integrativo, formulata dallo stesso Baldini; peraltro si è passati, sia pure nello stesso istituto a lungo guidato da Baldini, e cioè l’Opificio delle Pietre Dure, a una concezione opportunamente aggiornata.
Ciò che ha più coinvolto lo storico dell’arte, oltre che l’operatore di restauro (e io aggiungerei lo scienziato, ineludibile risorsa di ogni ricerca finalizzata al miglior intervento sull’opera), è la concezione del restauro come progetto integrato, ossia la prospettiva di vedere l’oggetto del restauro come un insieme di problematiche che devono convogliare verso un unico scopo, cioè quello di assicurare la migliore conservazione e la migliore visibilità dell’opera. Questo importante intento si è potuto constatare nell’àmbito delle manifestazioni che hanno accompagnato i restauri; la loro illustrazione ha sempre tenuto presente il progetto integrato che ha coinvolto scienziati, ricercatori, operatori di restauro, storici dell’arte anche per inquadrare meglio dal punto di vista storico l’oggetto del loro intervento.
Del restauro e degli interventi conservativi se ne parla molto poco nell'informazione nazionale, al di là dei grandi progetti degli Istituti Statali.
C'è scarsa coscienza del significato attivo del restauro e delle realtà che esso presenta, al di fuori del settore?
Penso che dal punto di vista della comunicazione non ci sia un gap. Tutto sommato, sugli organi di comunicazione, in particolare i giornali, qualche volta lo spazio riservato ai restauri (in effetti ai grandi restauri, questo bisogna metterlo bene in evidenza), è notevole. Abbiamo visto paginate intere dedicate ai restauri, certamente riguardanti le opere che più attraggono il grande pubblico.
Da un altro punto di vista, c’è invece una minore attenzione ai restauri che hanno impegnato di più, dal punto di vista metodologico, gli operatori: un restauro è importante, non tanto per la rilevanza dell’oggetto dell’intervento, ma per quanto esso coinvolga un progetto complesso; ci possono essere opere di autori anche meno rilevanti, che però per il loro stato e le vicissitudini subite hanno necessitato di una maggiore compartecipazione e hanno previsto anche una maggiore problematica nel restauro: di questo in realtà si parla meno. Non si può negare che la comunicazione tenda sempre allo scoop, al colpo giornalistico, alla sottolineatura dell’importanza dell’autore “restaurato”.
Il restauro assume grande valore nel coinvolgimento professionale: si pensi alle istituzioni, gli enti, le associazioni che sono coinvolte nei processi di intervento e nell’impresa del restauro, a cominciare dagli istituti di formazione, notevole risorsa per queste complesse attività.
Per queste ragioni, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali deve continuare ad avere una maggiore attenzione per la ricchezza del patrimonio culturale, da implementare giorno per giorno.
Il Salone dell’Arte e del Restauro può perciò divenire occasione di un appello rivolto alle istituzioni, per porre l’attenzione verso le responsabilità e le opportunità e soprattutto nei confronti dei giovani che attendono di essere inseriti nel mondo del lavoro: in modo che, con la dovuta educazione e formazione, essi possano partecipare attivamente a questa importante attività.
Restauro come principale settore di intervento per tutti i beni culturali.
Nell’Italia delle cento città, dei duecento borghi, degli 8000 comuni caratterizzati da tante preziose testimonianze storico-artistiche, perché il restauro è divenuto un’attività sempre più selettiva, nonostante le ricchezze presenti su tutto il territorio?
Questa problematica è dovuta ad una mancanza di risorse e di programmazione degli interventi. In realtà, tutti gli enti locali che sanno di essere in possesso di un patrimonio notevole, potrebbero costituire un tavolo in cui annualmente, attraverso una solida pianificazione, in accordo con altre associazioni e scuole di restauro attive sul territorio, si possano decidere dei piani di intervento, anche semplicemente conservativi, sul patrimonio di pertinenza. Di fatto manca un tessuto connettivo di programmazioni mirate che facciano partecipare tutti gli organismi coinvolti in questo settore, per la conservazione del nostro patrimonio diffuso.
Il restauro è in funzione della conservazione e quindi della valorizzazione e della fruizione del bene.
Questi due ultimi aspetti, come sono stati affrontati e portati avanti in Italia in questo primo decennio del XXI secolo?
Nonostante la situazione di crisi, di difficoltà e di sofferenza presente nell’ambiente che si dedica alla salvaguardia del patrimonio artistico, credo che la sensibilità sia aumentata, portando con sé anche elementi di discussione, di critica, di osservazione La partecipazione del pubblico al godimento dell’opera d’arte è senz’altro aumentata: si può vedere lo strepitoso successo – ma anche un po’ gonfiato, in verità - di grandi iniziative: si pensi all’ultima mostra di Caravaggio a Roma. Questo può anche servire ad aumentare la sensibilità verso la conservazione del patrimonio. Personalmente vedo la situazione in maniera positiva: ci sono tante altre iniziative a riguardo e mi permetto di ricordare che la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino ha iniziato un collegamento con i varî Comuni della provincia di Firenze, per programmare manifestazioni decentrate: in tal caso, la presentazione di un esempio di arte figurativa in un determinato comune ed intorno ad esso scegliere un nucleo di opere che hanno rapporti di carattere culturale, religioso e civile col territorio di riferimento, così da coinvolgerne i cittadini.
Credo che un passo avanti in questo senso sia stato fatto e che, nonostante le difficoltà e le indubbie sofferenze, si possa andare verso prospettive positive. Ovviamente, tutto questo non può prescindere dal restauro, ossia dal miglior modo di presentare – in condizioni conservative per quanto possibile accettabili (almeno secondo i criterî più attuali e aggiornati) – l’opera d’arte esposta alla visione del pubblico. Va anche detto che la cosiddetta “fruizione” o “godimento” dell’opera (come preferiscono dire alcuni operatori di questo àmbito di attività) è strettamente connessa al suo stato di conservazione: ossia, conservazione e valorizzazione vanno sempre viste unite. Un restauro è già di per se stesso valorizzazione dell’opera oggetto dell’intervento. Meglio – poi – se questa operazione serve a mostrarla al pubblico. Un esempio illuminante in questa prospettiva credo che possa essere il recente (e ammirato) restauro della “Madonna del cardellino” di Raffaello: esso ha saputo rimediare ai guasti che il tempo aveva causato al famoso dipinto. Anche se non fosse stato esposto alla mostra e fosse stato riportato immediatamente alla sua collocazione nella Galleria degli Uffizî, la sua effettiva valorizzazione si sarebbe già verificata. E nelle considerazioni più recenti, penso che tale principio – nonostante le resistenze di chi vuole dividere questi aspetti che riguardano il patrimonio artistico – si stia opportunamente consolidando.
La figura dello studioso e storico dell'arte e quella del restauratore, quale ruolo, anche strettamente sociale, possono ricoprire perché la società odierna possa interessarsi di più e sensibilizzarsi alla tutela del patrimonio italiano?
Un mezzo piuttosto efficace nel sensibilizzare l’opinione pubblica verso le problematiche della conservazione del patrimonio culturale può essere quello di aumentare, con iniziative appropriate, la conoscenza, perché senza questa non ci può essere necessità di conservazione: quindi possono risultare utili iniziative di tipo conoscitivo verso il pubblico. In tal caso, la funzione dello storico dell’arte è indubbiamente rilevante: l’illustrazione motivata del patrimonio, con ricerche e indagini appropriate, può essere un cómpito da affidare proprio a questa professionalità. E in qualche caso, in occasioni di iniziative vòlte a far conoscere le caratteristiche storiche dei beni culturali di carattere figurativo o architettonico, l’inserimento di storici dell’arte, soprattutto giovani, è stato fruttuosamente effettuato. Così come è necessario coinvolgere la presenza del restauratore, che è una professione dagli aspetti che si possono agevolmente definire sociali. Assicurare alla conservazione una testimonianza di storia interpretata secondo l’immagine, di qualunque specificazione essa sia: civile, religiosa, privata o pubblica, aiuta senza dubbio la consapevolezza dell’appartenenza a un contesto, a un àmbito, insomma a una vicenda storica di cui dobbiamo sentirci partecipi proprio attraverso la presenza di testimonianze d’arte figurativa che debbono essere opportunamente illustrate e conservate. Certo, la situazione attuale è ancora piuttosto lontana dalle prospettive indicate, nonostante le già citate osservazioni che possono invece sembrare positive.
Il Salone dell’Arte e del Restauro nel futuro.
Quale funzione può ricoprire quest’evento, non soltanto nelle singole edizioni, per diventare un punto di riferimento nel panorama cittadino e nazionale? Quale peculiarità attribuirgli perché le istituzioni, statali e non, si affidino ad esso come ad un braccio operativo nella finalità di tutela e valorizzazione dei beni culturali?
Il Salone credo che possa risultare molto utile, in quanto non si limita a presentare i profili aziendali nel settore del restauro, così come succede in altre realtà simili in Italia.
Esso, con la fondamentale ed efficace organizzazione di un istituto di formazione, si basa invece sulle operatività delle istituzioni e sulla sinergie che tra di esse possono nascere.
Assistiamo a fenomeni di grande delusione politica e sociale, come i rifiuti che paralizzano una bella e vivace società come è quella napoletana. L’intento è quello di organizzarci in maniera coordinata per sostenere una continua manutenzione in ambito civile e culturale: e in questo il restauro è un’attività che coinvolge la società e che permette la conservazione e il decoro del patrimonio di cui siamo custodi.
E quindi ben vengano iniziative centrate sull’arte perché non possono che essere motivo di prestigio e di crescita.
L’uomo e lo studioso Bruno Santi.
Nei prestigiosi ruoli che lei ha ricoperto, posso chiederle di raccontare un aneddoto o una breve testimonianza legati, anche alla sfera personale, oltre alla sua esperienza da luminare e studioso?
Intanto si elimini il riferimento allo “studioso” e “luminare”, e questo non certo per ingiustificata modestia, ma perché non mi sento di esser definito in tal modo. Una breve considerazione sul termine “studioso”: insomma, non è che durante il servizio nell’Amministrazione dei beni culturali si sia avuto modo e tempo di far qualcosa da questo punto di vista. Ho cercato di fare il funzionario nei limiti delle mie capacità e questo certe volte mi ha fatto anche perdere di vista le piccole ambizioni che potevo avere per dedicarmi un po’ di più allo studio e alla ricerca.
La mia vicenda professionale mi ha dato indubbiamente delle notevoli soddisfazioni, alcune delle quali arricchite anche da certi riconoscimenti, in particolare nell’ambiente senese; ma in generale, nel nostro servizio, ci si deve occupare nella maggior parte dei casi di certe pratiche; si entra in contatto con una realtà abbastanza complicata e quindi c’è bisogno soprattutto di attenzione. Di episodî davvero eclatanti non ce ne sono stati molti, ma posso ricordare come una delle maggiori emozioni quella - posso testimoniarlo direttamente - di scorgere ciò che veniva fuori dagli scavi sotterranei nella cattedrale di Siena: un ciclo di pitture murali scoperte sasso dopo sasso, togliendo il materiale di costruzione accumulato, per ammirare alla fine una sorta di un ambiente e di un nucleo di pittture, anche se incompleto, di grandissima importanza e che, a mio parere, ha rivelato indubbiamente l’origine della scuola figurativa senese. Questa è stata una delle esperienze più emozionanti che io abbia vissuto: lo paragono a un lavoro in miniera che permette di giungere pian piano a scoprire un giacimento di materiale prezioso.
*Già soprintendente per i Beni artistici e storici delle province di Siena e Grosseto; soprintendente per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici delle province di Firenze, Pistoia e Prato; soprintendente ad interim per il Patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico e per i beni architettonici e il paesaggio delle province di Lucca e Massa Carrara; soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.
(N. B.: Avviso ai redattori: ho modificato le denominazioni degli ufficî secondo quelle più comuni e usate, attraverso le varie “riforme” del Ministero. Ho preferito la forma “soprintendente” con la “s” minuscola, perché si tratta di incarico e quindi va considerato nella sua natura generale. B.S.)
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